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In occasione dell'inaugurazione della restaurata Chiesa della Confraternita, vi proponiamo questo interessante studio compiuto sulle origini della medesima dal ricercatore locale Guido Lussiana. CAPPELLA DELLA CONFRATERNITA DEI FLAGELLANTI IN COAZZE Sulle origini di questa cappella fino a poco tempo fa non si avevano notizie certe, ma con il recente ritrovamento di alcune note tratte da documenti dell’Archivio Storico Comunale, unitamente ad altre desunte da quello Parrocchiale, è stato possibile ricostruirne in parte la storia. Innanzitutto occorre specificare che la Cappella in origine era sorta sotto il titolo di Santa Maria Maddalena.Da un resoconto di spese della Comunità di inizio Cinquecento, si apprende che la costruzione di questa Cappella era stata avviata a partire dal 1526.In quell’anno infatti per la prima volta la Cappella viene nominata.Nel documento si legge : “recepit in nemore (legno) supato ? circa fabricam Capelle Magdalene ff. …..’’; in altre parti: “per labore implicato circa Capellam (…) in acumulando sablonum (sabbia) ff. …..’’; “ab Thoma Brementi per adiutorio Capelle ff. ….; a divers personis per adiutorio eod ff. ….’’; “per calce pro fabrica Capelle Magdalene ff. …’’; “per espese facte per sindicos ac laboratores circa accumulate sabloni ac circa calcem per dicta Capella ff. ….’’; “per fabrica Capelle Beate Marie Magdalene in agibillibus opportunis circa eand fabrica facto computo ff. …’’; “per portu calcine per Capella dati Anthonieto (……) e Stephani Martogli ff. …..’’ ecc ecc.Da un altro documento redatto nel 1557, si apprende che la Cappella in questione, era quella sita sull’attuale piazza Gramsci della borgata Villa ora detta della Confraternita. Sull’unica e antica piazza pubblica del paese, il Notaio del tempo il Signor Bramante, tenne una relazione di fronte ai villici.Nel documento si legge: “…… ruata (contrada) Ville Covace e seu platea publica necnon (nonchè) ante Capellam Beate Marie Magdalene gentium multitudine astante e me notario dictante alta voce ……’’. Quindi chiaramente si fa riferimento alla Cappella sita sulla piazza della borgata Villa.In seguito (prima del 1689), la Cappella cambiò nome e assunse l’appellativo di Cappella della Veneranda Compagnia dei Flagellanti sotto il SS. Nome di Gesù.Lo si desume da un documento conservato nell’Archivio Parrocchiale datato 1689, anno in cui a seguito della visita pastorale dell’allora Arcivescovo di Torino Monsignor Michele Beggiamo, era sorta una questione riguardante la chiesa parrocchiale di Santa Maria del Pino, per cui il Prevosto di allora Don Antonio Bianco, il vice-Curato Leonardo Calcagno con Michele Oliva Cappellano della Veneranda Compagnia (Confraternita) dei Disciplinanti ovverosia dei Flagellanti sotto il SS. Nome di Gesù del luogo di Coazze e i sindaci del tempo, i Sig.ri Stefano Picco e Bartolomeo Hostorero Bus, presenti i testimoni Giò Francesco Millone di Avigliana ma residente a Coazze e Giò Michele Dovio (Dovis), per risolvere tale questione firmarono un documento davanti al Notaio Ducale Matteo Palmiero di Giaveno.Ora, siccome Michele Oliva nel documento viene detto espressamente Cappellano della Compagnia ovverosia Confraternita dei Flagellanti del luogo di Coazze, è chiaro che ci si riferisce proprio alla cappella sita sulla piazza Gramsci ancor oggi dedicata al SS. Nome di Gesù.Testimonianze sulla presenza di questa Cappella della borgata Villa si traggono anche da documenti catastali del primo Seicento. Il Sig. Michele Ferrero fu Martino denunciava tra i suoi beni:* “ una pezza d’orto alla ruata di Villa; coerenti: Matteo Ferrero, la cappella di Piazza e la via pubblica a due parti’’. A determinare la sua erezione in epoca rinascimentale, ci sono alcuni particolari sia architettonici che decorativi che la collocano al primo Cinquecento.Un primo significativo elemento, è la cornice di collegamento tra le lesène esterne. Infatti in quel periodo storico si usavano legare le strutture verticali con elementi in senso orizzontale.Altro particolare è l’antica decorazione della volta che originariamente era del tipo a “Grottesche’’, ornamento tipico del Rinascimento.La vecchia decorazione interna, venne ripresa in parte nell’ultimo restauro degli anni “60’’ del secolo scorso.Le “Grottesche’’ devono il nome ad affreschi rinvenuti in locali sotterranei (grotte) della Domus Aurea di Nerone, rimessi in luce alla fine del XV secolo.Queste decorazioni (pagane), unitamente ad altre affini scoperte nelle terme di Tito, furono riprese dal pittore Giovanni da Udine per dipingere le Logge vaticane (1517-1519 che servirono di modello a tutti i pittori successivi.Osservando la chiesetta nella parte esterna, sorge però un dubbio.Se la Cappella è cinquecentesca, perché sia la facciata che il campanile appaiono barocchi?Fu probabilmente nella seconda metà del Settecento che la chiesetta subì una ristrutturazione sia nella parte interna che in quella esterna, con l'inserimento del piccolo campanile.Analizzando i muri interni dell’angolo di sud-est, si evince che il piccolo campanile venne aggiunto in seguito alla costruzione della cappella.Per la sua erezione vennero sfruttati i muri perimetrali dell’angolo di sud-est, tranciando, se così si può dire, parte di una lunetta della volta e parte della cornice esterna di collegamento tra le lesène; (questa cornice è stata recentemente ripristinata).In occasione della ristrutturazione settecentesca, venne sostituito anche il vecchio altare che in origine era probabilmente marmoreo.Recentemente durante i lavori di ripristino degli intonaci dei muri esterni, sono riapparse un paio di nicchie che furono murate quando venne ridisegnata la facciata con stucchi e l’inserimento del piccolo campanile.Le nicchie sono state così liberate dal materiale che le nascondeva alla vista.Esse sono caratterizzate nella parte alta dell’incavo da una cornice di tipo lineare, elemento decorativo tipico già in uso nel Cinquecento.Nell’ultimo dipinto opera di Tiziano Vecellio, intitolato “La Pietà’’, eseguito nel 1576 poco prima della sua morte, alle spalle della scena della Deposizione dalla Croce, è visibile sulla parete di fondo una grande nicchia, la quale presenta all’interno una medesima cornice decorativa.Con l’asportazione di parte del vecchio intonaco dai muri esterni, tra gli stucchi ornamentali al di sopra del portone d’ingresso, è riapparsa sul muro una traccia a forma di tettuccio a capanna, appartenente probabilmente alla copertura di un piccolo portico. L’interno della cappella attualmente appare un po’ spoglio. Negli anni '60/70 del Novecento, venne avviato un ciclo di restauri resi necessari per il cattivo stato in cui questa versava. La volta in modo particolare, presentava numerose fenditure causate da eventi sismici verificatisi in epoche passate, tantochè rimase abbandonata per parecchio tempo; venne riaperta al culto dal Prevosto Don Peretti solo il 1° gennaio del 1885. Nell’ultimo restauro interno del secolo scorso, venne sostituito il pavimento in pietra con uno in marmo, cambiati i vecchi banchi, soppressi sia la balaustra che il piccolo pulpito sul muro di sinistra, nonchè il “coro’’ in legno di rovere situato nell’area retrostante l’altare. Per usufruire di maggior spazio per i banchi, la settecentesca macchina d’altare, dalla sua posizione a circa metà cappella, venne arretrata quasi alla parete di fondo. L’impianto dell’altare è fabbricato in legno ed è formato da due colonne cilindriche dipinte a finto marmo con capitelli compositi, sovrastate da un timpano al cui interno spicca l’immagine dell’Eterno in gloria. Tra le colonne la grande e bella tela rappresentante la Circoncisione di Gesù, opera attribuita dagli esperti d’arte Professori Arabella Cifani e Franco Monetti, all’Autore Cuneese Pietro Alessandro Trono (1697-1781) databile intorno al 1760. Alcune sue opere oltre che a Torino, adornano alcune chiese giavenesi: la sacrestia e la parrocchiale di S. Lorenzo, il coro e la chiesa di S. Rocco nel centro storico, la chiesa di S. Giovanni alla Buffa con la pala che impreziosisce l’altare maggiore. L’altro grande quadro che attualmente è posizionato sul muro di sinistra, è dedicato a San Sebastiano ed è opera di Autore ignoto. La tela anteriormente era posta dietro all’altare, in pratica dietro a quella della Circoncisione, ossianel “coro’’. Con la soppressione di questo e la nuova disposizione dell’altare a fondo cappella, si rese necessario spostarla ed esporla dove attualemte si ritrova. Ipoteticamente l’opera potrebbe provenire dall’antica Cappella di S. Sebastiano. L’ubicazione esatta di quella chiesetta è tutt’ora sconosciuta, ma è probabile che si trovasse nei pressi della Chiesa Parrocchiale. Probabilmente cadde in rovina e il dipinto venne trasferito nella Cappella della Confraternita dei Flagellanti. Nel dipinto dedicato a San Sebastiano, sono raffigurati i Santi protettori dalla peste. A iniziare dal lato sinistro in posizione genuflessa è rappresentato San Carlo Borromeo con a fianco San Sebastiano ritratto in grande evidenza; in posizione centrale, in alto la Vergine con il Bambino, in basso San Giovanni Battista, a destra San Rocco che indica la tipica ferita causatagli dal morbo. Ai suoi piedi il cane accucciato con a fianco la classica pagnotta di pane.Per la presenza di quei personaggi considerati taumaturghi, indubbiamente si tratta di un’opera che venne commissionata in un periodo di pestilenza. Il dipinto infatti è datato 1631; la data la si può osservare in fondo al cartiglio sulla croce retta da San Giovanni Battista; quindi si fa riferimento alla peste di manzoniana memoria del 1630. Si ignora però chi ne fu il committente; potrebbe essere stata la Comunità stessa, o forse una famiglia abbiente del paese, in specifico i Conti Sandri-Trotti consignori di Coazze dal 1605. Tra il parentado stretto dei Conti Sandri-Trotti, si annovera anche un pittore, il Conte Giorgio Sandri-Trotti di Monbasilio, morto dopo il 1666. Costui eseguì alcune opere per Casa Savoia: tra queste una grande tela per la Reggia di Diana a Venaria, e un’altra opera dedicata a Elisabetta Maria Francesca di Savoia regina del Portogallo e a Giovanna Francesca d’Estrade, conservata nei depositi di Palazzo Reale a Torino. Dunque la tela coazzese potrebbe essere un’opera giovanile di questo artista eseguita nel 1631 a ringraziamento per la scampata peste dei componenti della famiglia Sandri-Trotti.
Prima del restauro interno degli anni '60, la chiesetta era munita di una porta laterale di accesso alla sacrestia o sia “coro’’ rivolta a levante e comunicante tramite un paio di gradini con l’adiacente strada.Con l’arretramento dell’altare e la soppressione del “coro’’, perse la sua funzione originaria, per cui venne murata. Guido Lussiana |